martedì 29 luglio 2025

Talking about The Immortal

La morte di Hulk Hogan è stato un evento di portata globale, sia per gli appassionati di wrestling, sia per chi non ama la disciplina – ma che inevitabilmente ha incrociato la sagoma di The Hulkster nelle sue mille incarnazioni cross-mediali. Un evento di portata globale e anche epocale, perché Hogan ha segnato almeno quattro generazioni di spettatori, i più anziani dei quali lo ricordano bene fin dagli esordi – in Italia almeno dalla sua esperienza giapponese, portata sui nostri schermi dal benemerito Tony Fusaro. E infatti anche il sottoscritto è legato affettivamente a quei primi anni 80 dello ‘Hogan giapponese’, prima avversario e poi sodale di Antonio Inoki nella New Japan Pro Wrestling – anni nei quali la prestanza atletica ma anche la perizia tecnica, di chi sarebbe di lì a poco diventato il simbolo di un wrestling più spettacolare e colorato, non erano in discussione. Tanto che Inoki acconsentì nel 1983 a perdere il titolo IWGP, lui maestro delle arti marziali miste ante litteram, addirittura per KO a favore di Hogan.

Immagine creata da Titan Morgan e rilanciata da mille appassionati, anche illustri

Perché alla notizia della sua scomparsa ho subito messo le mani avanti dicendo che detesto Hulk Hogan da tempi non sospetti? Intanto parlo degli anni dal 1984 in poi, quelli del dominio incontrastato sulla WWF, quelli nei quali Hogan non ha mai perso pulito da nessuno fino a Wrestlemania VI, allorché accettò di essere schienato da Ultimate Warrior. Non mi riferisco agli ultimi anni, quelli degli scandali più o meno clamorosi, quelli del supporto a Trump, quelli che i giornalisti – soprattutto i non addetti ai lavori – hanno anteposto nei necrologi rispetto alla carriera in-ring del personaggio. Ho detestato Hogan (pur tenendo per anni sulla parete un suo poster a quasi grandezza naturale) perché il personaggio che ha interpretato a lungo nella WWE (allora WWF) era poco credibile anche all’interno di una rappresentazione circense come quella messa in scena da lui e i suoi avversari. Non c’era sorpresa, non c’era incanto, non poteva perdere, non poteva che finire bene per lui: anche in uno spettacolo che rimane catartico e consolatorio, l’approccio dello spettatore non poteva che essere mark o smart, tertium (smark) non datur. E poi – anche volendo concentrarsi sui contenuti tecnici di qualcosa che è di fatto un’arte performativa – il repertorio di Hogan nella WWF era manifestamente più ridotto, più semplice, più ripetitivo di quello che era riuscito pochi anni prima a esprimere in Giappone.

La copertina di Weekly Pro Wrestling #2367, in edicola a giorni in Giappone

Sono stato molto presto un nostalgico degli anni nipponici di Hogan, ho probabilmente considerato una ‘americanata’ il wrestling WWF appena importato in Italia – pur sapendo che nelle altre federazioni statunitensi lo stile era ben diverso – ho sdegnato l’evoluzione che quel wrestling stava avendo e che sarebbe nei decenni successivi ulteriormente ‘degenerata’? Probabilmente sì, e di quell’idea piuttosto conservatrice ha fatto le spese anche e soprattutto la mia opinione su Hogan.

Ma The Hulkster, come il wrestling in generale, ha saputo reinventarsi e rilanciarsi e appassionare ogni volta in modo nuovo il pubblico, e allora è necessario distinguere l’artista dall’arte, la persona dal personaggio: perché – se pure il privato di Terry Bollea risulta respingente, e a tratti ripugnante – la parabola di Hulk Hogan è straordinaria e non può che destare ammirazione, come pure stupore e incredulità può suscitare il fatto che una disciplina così arcaica ancora raduni e coinvolga il pubblico dopo un quarto di XXI secolo.


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